Me
la sono goduta
(Morte di un puttaniere)
…
perché in fondo la vita
io
me la sono goduta
quel
poco, quel tanto, che ho avuto
io
me lo sono pagato
e
non ho chiesto mai lo sconto
per
il mio peccato
non
mi sono chiesto mai se il prezzo
fosse
adeguato
ricordo
la prima
era
molto più vecchia
di
me, ancora piacente
(non
l’ho amata perdutamente…)
ma
parlava anche troppo
per
i miei gusti
chiacchierava
anche troppo
in
quei grevi minuti
ricordo
la seconda…
poi
i visi intravisti
si
confondono e si sovrappongono
ora
lieti, ora tristi
non
è certo quello che conta,
il
ricordo di un attimo,
ma
il piacere che fugge presto
fino
al prossimo atto
ma
il mio tempo è già giunto
il
mio tempo è finito
sono
arrivato all’ultimo steccato
all’ultimo
cancello
disteso
sul mio letto ricordo
ogni
mio peccato più bello
quel
sorriso sul mio viso sbiancato
chi
l’avrà indovinato?
Le
jeux sont faits
(Morte di un giocatore)
Il
mio vestito è la mia parte
lo
porto in giro fra la gente
Ha
sguardi fissi sulle carte
su
quel pallino impertinente
Non
finisce mai dove vuoi
Finisce
come vuole lui, perché
un
gioco è un gioco e tu lo sai
che
è una regola, ma piace a te
Il
dado è tratto
ma
io ero distratto
da te
Le
jeux sont faits
Esco
fuori a prendere un po’ d’aria
Le
tasche vuote come la mia testa
L’aria
di festa in quella stanza
la
lascio a chi ne ha un po’ più di me
Un’immagine,
un’impressione
di
te dritta alle mie spalle
Sognavo
di roteare col pallino
insieme
a te, seduta lì vicino
Apro
la finestra
E
nella brezza fresca
Vado
giù
Les
jeux sont faits
Hina (Morte di una
ragazza qualunque)
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Un
lavoro come tutte le altre
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Uno
stipendio, potermi mantenere
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Vestiti,
come quelli in vetrina
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Pantaloni,
non certo la luna
E
pensare che ti volevo bene
Non
credevo che ti facessi del male
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Amici,
e la sera far tardi
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Qualche
volta, senza troppi disturbi
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Quello
che avevan le altre
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Magari
qualche giorno al mare
E
pensare che ti volevo bene
Non
credevo che ti facessi del male
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Mentre
il coltello affondavi
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Un
attimo, forse ci ripensavi
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Una
vita come tutte le altre
Non
è che chiedessi molto, padre mio
Non
volevo una vita in disparte
E pensare che ti volevo bene
Non
credevo che ti facessi del male
E
pensare che ti volevo bene
Non
credevo di farti poi tanto male
Che
artista! E muoio!
(Morte di uno pseudo artista)
Che
artista! E muoio!
Se
sono così bravo…
Se
sono così bello…
Me
state a massacrà!
Che
artista! E muoio!
Io
che sono un gran virtuoso!
Per
giunta sono un dio!
Me
state a massacrà!
Dal balcone della mia
sontuosa reggia vedevo Roma che bruciava
Con la cetra la
cantavo, così bella non l’avevo vista mai
Che
artista! E muoio!
Di
ogni arte son cultore
Un
fine dicitore
Me
state a massacrà!
Che
artista! E muoio!
Vi
ho fatto divertire
coi
leoni e li cristiani
Me
state a massacrà!
Dal balcone della mia
sontuosa reggia vedevo Roma che bruciava
Con la cetra la
cantavo, così bella non l’avevo vista mai…
Che
artista! E muoio!
Io,
un poeta laureato!
Voi,
dal core ingrato
me
state a massacrà!
Che
artista! E muoio!
Io
un faro illuminante
Un
divo per la ggente
Me
state a massacrà!
Dal balcone della mia
sontuosa reggia vedevo Roma che bruciava
Con la cetra la
cantavo, così bella non l’avevo vista mai…
Che
artista! E muoio!
A
razza de’ burini!
Me
so rotto li cojoni!
Me
state a massacrà!
Pavel (Morte
di un pornodivo)
Qui,
chiuso in questo bagno
La
porta chiusa a chiave
La
pistola tra le mani
La
punto al basso ventre
Che
non funziona più
Ci
ho lavorato tanti anni
Ci
ho fatto anche molti soldi
Mi
ha dato una vita agiata
Mille
euro per ogni scopata
Ma
non funziona più
Quasi un film al
mese
Le telecamere sempre accese
Ma adesso non funziona più
Le
mie partners niente male
Son
finito anche sul giornale
Ero
pure diventato famoso
Una
specie di bel tenebroso
Ma
non funziona più
Poi
un giorno l’inconveniente
Non
s’alzava più un’accidente
M’hanno
detto: “Riproviamo più tardi
Ti
fai un caffè e poi riparti”
Non
mi funzionava più
Ho rimesso il mio
accappatoio
Lei, lo sguardo freddo come un rasoio
Non mi funzionava più
Non
c’è stato proprio niente da fare
Non
sapevo proprio cosa pensare
“E’
stato forse un episodio isolato…”
Non
mi sono molto preoccupato
e
non ci ho pensato più
Poi
quel maledetto inconveniente
S’è
ripetuto molto stranamente
Nessuno
più mi ha cercato
E
non ho più lavorato
Non
funziona proprio più
Non potevo certo
fare dell’altro
Non sono stato forse troppo scaltro
Anche adesso non funziona più
Qui
chiuso in questo bagno
Con
la porta chiusa a chiave
Sarà
un attimo, trattengo il respiro
Tra
poco non sarò più vivo
Chiudo
gli occhi, non ho nulla da dire
Veramente
niente da ricordare
Un
attimo, ed è tutto finito
devo
solo contrarre un po’ il dito…
E
non me ne importa più
Non
me ne importa più
Non
me ne importa più
La
canzone è quella che è (Morte di un cantautore)
Ho
visto un corvo che volava lì in alto, sopra di te
Ho
visto un topo che correva di lato, vicino a me
Ho
visto un merlo che cantava intonato, ma senza un perché
Ho
visto un piolo piantato in un prato, un confine per me
Ho visto cose che
volevo vedere, sapendo perché
Ho detto
cose che volevo scolpire proprio dentro di te
Ho
visto un foglio senza un rigo tracciato, sotto di me
Ho
visto un viso camminare sbiancato e gli ho chiesto “Com’è?”
Ho
visto un padre che chiamava suo figlio vicino a sé
E
poi una madre che chiamava il suo bimbo “vita per me”
Ho visto cose che
volevo vedere, sapendo perché
Ho detto
cose che volevo scolpire proprio dentro di te
Ho
fatto cose per il gusto di fare, per il gusto che c’è
Sentito
musica da bere, mangiare e ballare con te
Adesso
è ora di andare a dormire, ma senza un perché
Adesso
è ora di iniziare a capire cosa non va con me
Ho visto cose che
volevo vedere, sapendo perché
Ho detto
cose che volevo scolpire proprio dentro di te
Ho
iniziato cose che volevo finire per rispetto per me
Ho
rinunciato a cose che volevo fare, fare proprio con te
E
la canzone qui potrebbe finire, anche se penso che
Poteva
essere un poco migliore, ma è quella che è
Poteva essere anche un
poco migliore, ma è quella che è
Poteva essere un poco
migliore, ma è quella che è
Mi
parlano di te (Morte di un pigmalione)
Tremavo
come un tossico
costretto
da meccanismi isterici
Troppi
tagli nel cuore
e
tutti i miei sogni infranti
Convivevo
con le mie illusioni
Non
potendo contare sulla possibilità
di
mettere in moto i tuoi ormoni
almeno
i tuoi neuroni…
Il
cuore era diviso
di
rosso acceso
così
si presenta
nella
sua essenza
Non
so se è qualcosa che ho sbagliato
ma
mi pare di avere un peso nello stomaco
non
passa
Mi
parlano di te
Gente
varia ed eventuale
Nati
bene, cresciuti anche meglio
che
si fanno notare
La
forza dei tuoi vent’anni ed i miei
che
neanche ricordo più
“Se
guardi ai miei difetti, i miei pregi
non
t’annoieranno mai più”
Il
cuore mio diviso
di
rosso acceso
così
si presenta
nella
sua essenza
Non
so se è qualcosa che ho sbagliato
ma
mi pare di avere un peso nello stomaco
non
passa
La
mattina mi alzo assonnato, mi guardo allo specchio
Avrei
voluto conoscerti, amarti, ma sono già vecchio
E
guardo alla vita, la vita alle spalle
E’
solo lì che ritrovo le ore più belle
Mi parlano di te
Vorrei
non pensarti per niente
Mi
parlano di te
Non
posso farci più niente
Gli
anni bruciati
ad
inseguire le stelle
Quante
volte ho cercato
di
cambiarmi la pelle
Il
cuore è un muscolo diviso
di
rosso acceso
così
si presenta
nella
sua essenza
Non
so se è qualcosa che ho sbagliato
ma
mi pare di avere un peso nello stomaco
non
passa
Il
cuore mio diviso
di
rosso acceso
così
si presenta
nella
sua essenza
Non
so se è qualcosa che ho mangiato
ma
mi pare di avere un peso nello stomaco
non
passa
Il
cuore mio diviso
di
rosso acceso
così
si presenta
nella
sua essenza
Non
so se è qualcosa che ho sbagliato
ma
mi pare di avere un peso nello stomaco
non
passa
***
Testi
di Ruben (P. Coppolella).
Musiche di Ruben (P. Coppolella) tranne i brani 1, 6 e 10 le cui musiche sono di Ruben
(P. Coppolella) e Carmelo Leotta.
Il titolo di queste tre composizioni è ispirato a quello italiano del film "Le Deuxiemme Souffle" di Jean-Pierre Melville (Francia, 1966).
Arrangiamenti
di Ruben (P. Coppolella).
Archi e tromba arrangiati da Carmelo Leotta.
Hanno suonato:
Ruben
(P. Coppolella)
– voce, chitarra acustica, chitarra
elettrica, chitarra solista nella traccia 10, armonica
Simone
Marchioretti
– batteria, percussioni
Carmelo
Leotta
– basso elettrico, contrabbasso, fuzz bass
Carlo
Poddighe
– chitarra acustica, chitarra elettrica, pedal steel, mandolino, bouzouki
irlandese, fisarmonica, organo hammond
Luca
Tacconi
– chitarra elettrica, chitarra acustica
Andrea
Squassina
– glockenspiel, vibrafono,
shaker
Daniele
Richiedei
– violino
Alberto
Martinelli
- violino
Monica
Vatrini
- viola
Sara
Conti
- violoncello
Paolo Degiuli – tromba
Registrato e mixato allo studio Sotto il Mare
da Luca Tacconi.
Mastering effettuato da Carl Saff presso Saff Mastering-Chicago (USA).
Disegno di copertina di Fabrizio Mirandola.
Grafica a cura di Silvia Mirandola.
Prodotto
da Ruben.